2 novembre 2015

Omicidi all'inglese - prima puntata

Sabato scorso, alla Libreria Morelli 1867 di Dolo (Ve), ho parlato di crime fiction con un pubblico molto variegato per età e per interessi, ma ugualmente partecipe e preparato, in una data, il 31 ottobre, che secondo la cultura celtica e anglosassone segna la fine dell’estate e l’inizio della stagione delle ombre. Sull’oscurità e sul mistero la crime fiction ha costruito la sua fortuna – una fortuna che dura, e non accenna a indebolirsi, da circa centocinquant’anni; ma forse non è alle sue ombre che deve la sua celebrità, quanto alla luce che si accende alla fine di ogni storia. Una luce, quella della ragione, che dissipa le paure e gli obbrobri dell’omicidio grazie all’intervento di un detective
La figura del poliziotto e il concetto dell’indagine cui noi siamo abituati sono realtà piuttosto recenti. Prima che venissero ufficialmente create le forze dell’ordine, a metà dell’Ottocento, i governi erano solito convocare gli eserciti per controllare le rivolte o le sommosse, ma non esisteva un organo vero e proprio di prevenzione del crimine, o tantomeno di investigazione. Con l’inizio del XIX secolo, in Inghilterra, la fine delle guerre napoleoniche comportò l’insorgere di una grave crisi economica, il ritorno di grandi numeri di soldati ormai disoccupati, la mancanza di cibo e di ordine, e la scena sociale iniziò ad essere sconvolta da ricorrenti episodi di violenza. Per questa ragione si cominciò a pensare di fondare un vero e proprio corpo di polizia, la Polizia Metropolitana (MET), che però vide la luce, grazie al ministro Robert Peel, solo nel 1829. 
Nel 1842 però avvenne un omicidio la MET non fu in grado di risolvere, attirandosi lo sdegno e le ironie dell’intera opinione pubblica. Si decise dunque di fondare un apposito organo di investigazione, costituito da otto uomini (due ispettori e sei sergenti), cui fu dato il nome di “Detective Department”. Lo scrittore Charles Dickens ne era entusiasta, e sulle sue attività scrisse numerosi articoli. Nel suo romanzo Casa desolata (1852-3), un romanzo quasi kafkiano per la sua rappresentazione di una giustizia grottesca e malefica, egli creò il primo detective letterario nel personaggio di Mr. Bucket, su imitazione del vero ispettore Charles Field, che faceva parte del Detective Department e sul quale Dickens scrisse anche un saggio (On Duty with Inspector Field). I lettori iniziarono subito ad essere affascinati dall’idea del detective e della soluzione dei crimini.
Fra i primi romanzi polizieschi si annovera The Moonstone – in italiano La pietra di luna – del 1868, scritto da uno dei principali collaboratori di Dickens, suo compagno di viaggio e confidente, Wilkie Collins (1824-1889). La pietra di luna è un poliziesco autentico, imperniato su un furto di un diamante (la “pietra di luna”, appunto), e allo stesso tempo un romanzo molto inglese, perché assume la forma dello spostamento tra metropoli e periferia, ed entro quest’ultima cornice i fatti si svolgono in una classica residenza benestante di campagna. Collins ebbe sempre interesse per il gotico e per le personalità scisse, al limite del delirio: caratteristica della sua scrittura è quella del dubbio sull’identità, della dimensione onirica (è considerato il più “freudiano” dei narratori vittoriani), della messa in discussione del principio di verità. La donna in bianco (The Woman in White, 1859-1860), per esempio, è celebre per la catena infinita degli eventi e per le costanti strategie di verità e finzione che si accavallano. Per questa ragione, il romanzo costituisce un’enorme infrazione della regola del romanzo vittoriano centrata sull’onniscienza del narratore (che ha un unico antecedente narrativo in Cime tempestose), perché si basa su testimonianze plurali. La storia è infatti raccontata secondo lo schema dell’inchiesta o indagine processuale: gli avvenimenti vengono riportati da una serie di testimoni, alle cui deposizioni si aggiungono memoriali privati, lettere e un diario. Molto spesso le testimonianze sullo stesso evento sono addirittura divergenti: non c’è dunque una verità univoca, ma tante pseudoverità personali.
Più o meno agli stessi anni della scrittura di Wilkie Collins risalgono i settanta romanzi di Mary Elizabeth Braddon (1835-1915), amica di Collins e grande interprete del genere della letteratura “di sensazione” (sensational novel). Il più celebre fra i suoi libri è Il segreto di Lady Audley, che dal momento della sua pubblicazione del 1862 non è mai andato fuori stampa. L’importanza di questo romanzo sta nella sua trasgressione morale e nella sua espressione delle inquietudini, tipicamente vittoriane, riguardanti la sfera domestica. La casa, che per l’etica del tempo era considerata il rifugio perfetto da ogni pericolo, diventa un luogo oscuro e pericoloso, e la donna, il proverbiale “angelo del focolare”, assume i tratti della violenza, del crimine, e della violazione delle basilari regole strutturali della famiglia.
C’è un altro nome femminile meno conosciuto, eppure importantissimo per tracciare una storia della detective story (anzi, pare che questo termine l’abbia proprio inventato lei): è quello dell’americana Anna Katherine Green (1846-1935), che introdusse nei suoi romanzi la figura di una donna investigatrice, Amelia Butterworth (prototipo di Miss Marple) che assiste nelle indagini il detective Ebenzer Gryce della polizia metropolitana di New York. Green ha creato anche il personaggio di Violet Strange, una ragazza dell’alta società con una doppia vita da investigatrice. La critica attribuisce a Anna Katherine Green le caratteristiche che avrebbero poi definito la letteratura del crimine di Agatha Christie e di Conan Doyle, perché è nei suoi romanzi che compaiono per la prima volta vecchie zitelle investigatrici, cadaveri in biblioteca, inchieste e testimoni qualificati. In particolare, è l’accuratezza nella descrizione delle procedure legali ad aver colpito la critica e i lettori, tanto che alcuni suoi libri furono usati come casi di studio alla facoltà di legge dell’università di Yale. Tra i suoi titoli più noti, Il caso Leavenworth (1878, tradotto anche con il titolo Le due cugine), e Due iniziali soltanto (1911).
Per molti critici le origini di quella che definiamo la letteratura “gialla” (il “giallo” deriva dal colore delle copertine scelto da Mondadori a partire dal 1929 per pubblicare storie noir o poliziesche) risalgono, oltre che alle opere di Wilkie Collins e di Anna Katherine Green, all’ancora precedente I delitti della Rue Morgue (1841) di Edgar Allan Poe. Questo è il primo dei tre racconti in cui compare il personaggio di Auguste Dupin, un investigatore che riesce a risolvere i casi criminali grazie alle sue enormi capacità deduttive. Il personaggio di Dupin crea un modello al quale si ispireranno quasi tutti i più importanti autori degli anni successivi: il più celebre dei suoi epigoni sarà Sherlock Holmes. (Nel primo libro in cui compare Sherlock Holmes, Uno studio in rosso, Watson paragona quest’ultimo proprio al Dupin di Poe. Holmes risponde dicendo di avere capacità ben superiori.) 
Questo racconto inaugura lo schema dell’“omicidio nella stanza chiusa” sfruttato in seguito da numerosi altri autori di racconti del crimine. In una notte, in un appartamento in Rue Morgue (si noti che “morgue” in inglese è l’obitorio) a Parigi, vengono assassinate l’anziana Madame L’Espanaye, trovata nel cortile interno mutilata e con la gola tagliata, e sua figlia Camille, strangolata e nascosta nella cappa del camino. La soluzione al caso offerta da Dupin è rimasta celebre nella storia della letteratura gialla per essere la più improbabile, ma l’unica possibile. Anche Sherlock Holmes dirà a un certo punto (Il segno dei quattro) che “Eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”. Auguste Dupin è anche il protagonista di La lettera rubata, racconto del 1845 che fu successivamente studiato da Freud, da Lacan e da Derrida, e citato da Proust (Sodoma e Gomorra) e da Sciascia in Todo Modo, che sottolinea il principio per cui la verità è sotto gli occhi di tutti, ma proprio per questo nessuno la vede. 

Fine prima puntata.

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